Il cambiamento spirituale e spiritoso che ha caratterizzato la mia vita nella seconda metà dello scorso anno mi ha proiettato verso questo 2012 con la volontà di continuare a mettere a posto delle cose: dall’amore ai fantasmi del passato, dal bollo auto che non pago dal ’95 allo sciacquone del wc che dovevo sistemare da una settimana. Qualcosa di buono ho combinato, credo di aver fatto un ottimo lavoro. Per dire, dopo aver aggiustato lo sciacquone, adesso anche l’amore fila dritto dritto nella fossa biologica senza intoppi. C’erano anche due cosette molto importanti per me che necessitavano di una spolverata: lo scrivere e il leggere. Ho scritto troppo poco ultimamente per i gusti miei e del blog, visto che prevalentemente lo faccio qui. Ma il buon vecchio Splinder ha chiuso i battenti e, nonostante facesse leggermente schifo, ci ero affezionato. Perdere la sua ospitalità, per me che ci convivevo da sette anni, è stato un duro colpo che ha rallentato ulteriormente la pubblicazione dei post. Se un giorno avrò un figlio o anche un cane, lo chiamerò Splinder. Quanto al leggere, ciò che dovevo sistemare non era un discorso di quantità, perché fortunatamente continuo a leggere sempre tanto. Il punto era la sostanza: mi sono ritrovato in mano libri che iniziavo nel momento sbagliato, desiderandone altri che non avevo o non potevo comprare perché, uno, costavano troppo e due, non riuscivo a star dietro a tutti quelli che uscivano e mi piacevano. La lista dei desideri di Anobii era diventata troppo lunga. Così ho riflettuto e ho partorito un’idea, diciamo, geniale.
Poco dopo le vacanze ho stampato l’elenco dei libri che volevo, ho selezionato gli editori e a tutti, uno per uno, ho scritto due righe del tipo: “Salve, ho iniziato a leggere un romanzo da voi pubblicato, “Bla bla bla” di Tizio Caio ed è accaduto che, sfogliandolo, alcune pagine si siano parzialmente staccate senza alcuna forzatura. Il volume mi è appena stato regalato, si trovava in perfette condizioni e vi assicuro che non è stato maltrattato. Mi chiedevo se e come sarebbe possibile riceverne una nuova copia, chiaramente inviandovi quella fallata in mio possesso. Grazie. Topper Harley”. Chiaramente “Bla bla bla” di Tizio Caio era, per ogni email, il libro che desideravo. Chiaramente, io quel libro non l’ho mai avuto.
Ho utilizzato il mio nome per esteso e l’email aziendale per dare un tocco di serietà. Ho inventato che il libro fosse un regalo, tra l’altro dopo Natale perché, se me lo avessero chiesto, non sarei stato in grado di fornire lo scontrino. Ho proposto di inviare la copia fallata, mai esistita, senza aver mai nemmeno visto il libro.
Beh, è successo che quasi tutti gli editori mi hanno risposto molto cordialmente scusandosi del problema e offrendosi di inviarmi, previa comunicazione del mio recapito, una copia nuova del romanzo. Qualcuno mi ha perfino inviato un omaggio, qualcun’altro addirittura, oltre a quello reclamato, anche il nuovo romanzo dello stesso autore. Ma soprattutto ogni editore mi ha scritto che non era necessario restituirgli la copia fallata. Un paio mi hanno evidenziato l’indirizzo a cui eventualmente rimandarla ma nel frattempo mi avevano già spedito quella nuova. Favoloso.
C’è stato un intoppo con un solo editore molto scrupoloso. Non avevo ancora aggiustato lo sciacquone per cui ho dovuto affrontare il problema. Questo editore mi ha chiesto le foto della copia fallata. Me le ha chieste perché proprio quell’edizione che reclamavo aveva le pagine cucite e quindi era praticamente impossibile che potessero staccarsi. A suo modo, la richiesta delle foto piuttosto che del volume fallato è stata geniale almeno quanto lo sono stato io. Ho dovuto riflettere per giorni sul da farsi. Da un lato, potevo semplicemente fregarmene, non mandare le foto del libro che non ho mai avuto e non ricevere la copia nuova, lasciando cadere tutto nel dimenticatoio anche se lo sciacquone non funzionava. Dall’altro, non mi andava proprio l’idea di passare per persona leggera e non rispondere ad una cortese e amichevole richiesta di compromesso. Nella mia disonestà dovevo essere onesto. Così ho fatto una cosa che a molti potrà apparire assurda ma che a me è parsa corretta e che gli amici a cui ho raccontato questa storia hanno definito come la ciliegina sulla torta di tutta la vicenda: ho comprato il libro. Sì, l’ho comprato e volontariamente gli ho staccato le pagine per fare le foto da inviare all’editore scrupoloso. Non le ho staccate al tal punto da distruggere il volume e tra l’altro l’ho comprato con i soldi residui di un buono regalo che ho ricevuto lo scorso anno per il compleanno. L’importo residuo corrispondeva esattamente al prezzo del libro. Quando si dice “il destino”…
Dopo pochi giorni il volume nuovo è arrivato e poco importa se adesso ne ho due copie. Oggi mi ritrovo con tredici libri nuovi al prezzo di uno che potrò sempre riciclare come regalo. Il leggere per quest’anno è una cosa sistemata. Lo scrivere eccolo qua.

Una storia. Una storia che nasca da un’idea anche casuale, che cresca dentro e riesca ad uscire fuori tramite le parole, tramite un pensiero o un semplice sguardo.
Voglio essere una storia. Una storia da vivere e da raccontare. Una storia fatta di persone, luoghi, esperienze, ricordi. Una storia da percorrere e ripercorrere affinché non finisca. Una storia semplice ma ricca di significati. Una storia che sia parte di una leggenda ma di cui rimanga traccia nel tempo. Una storia da cambiare perché si può essere sempre migliori.
Voglio essere una storia importante. Perché le cose più grandi si fanno da soli ma sono gli altri che ne apprezzano il valore. Perché non sarebbe da scrivere una storia senza nessuno che la legga né sarebbe da narrare senza nessuno ad ascoltarla.
Voglio essere la mia storia. Non solo una storia ma la storia. Voglio esserne l’autore insieme a chi mi sta vicino, il protagonista senza necessità di esistere, il narratore senza bisogno di leggerla. Voglio viverla quella storia, esserne l’inizio e non vederne la fine, averne il senso e soprattutto farla.

Nella mia breve esistenza non ho mai creduto in niente. Intendo in niente che non sia dimostrabile e plausibile, spiegabile. Senza ignoranza.
In un dio, ad esempio. Già mi facevo e facevo al parroco domande strane ai tempi del maledetto catechismo e nessuno è mai riuscito a rispondere come si dovrebbe fare con un bambino di nove anni. Non a caso non ho mai imparato Il credo, quella preghiera che sentivo sempre in chiesa.
Non ho mai creduto al soprannaturale anche se L’esorcista di paura me ne ha fatta. Che poi, a dirla tutta, quando penso al film penso alla locandina, al prete esorcista, all’esorcista appunto. Ma lui era il buono, i cattivi nemmeno si vedono. Eppure è il prete che evoca l’immagine della paura, non la ragazza posseduta, non il possessore. E insomma, non ho mai creduto nemmeno a lui né a Berlusconi.
Non credo alla magia ma mi piacciono i maghi come Merlino e Forest che fanno ridere proprio perché non sono credibili.
Non credo all’oroscopo che, diciamolo, è una gran cazzata. Però qualche volta ci azzecca, pare. Ma anche io a forza di dire cazzate, qualche volta indovino.
Non credo alla cartomanzia, alla chiromanzia e nemmeno a mia zia che ormai ha una certa età e ogni tanto le spara grosse.
Non credo agli alieni e ai loro avvistamenti anche se non escludo che da qualche parte dietro un angolo dell’universo qualche altra forma di quella che definiamo vita possa esistere.
Non credo a certe teorie del complotto o ad altre sull’origine o la fine di certi fenomeni nel mondo o alla fine del mondo stesso. Del resto si tratta appunto di teorie. Mi affascina però l’ipotesi Gaia e spero che un giorno venga dimostrata anche se forse la stiamo dimostrando semplicemente vivendo.
Non credo insomma. Però, ecco, adesso ci sei tu e io in noi voglio crederci. Almeno fino a mezzanotte.

Il tempo è tiranno, si dice. Lo è nella vita di tutti i giorni, figuriamoci in una competizione dove vince chi arriva prima. Tuttavia è stato proprio durante l’ultima gara di nuoto, quella dei millecinquecento metri stile libero, che ho avuto a disposizione una ventina di minuti abbondante da dedicare ai miei pensieri come non facevo dai giorni del cammino di Santiago. E’ stata una gara intensa. Fino al momento del tuffo sono rimasto concentrato su come cercare di essere il più regolare possibile: partire troppo forte avrebbe significato perdere forza a lungo andare, partire troppo rilassato mi avrebbe fatto perdere contatto con gli avversari. Il perdere era contemplato in entrambi i casi. Guardavo gli altri nelle corsie accanto mentre simpatizzavo con i giudici e riscaldavo i muscoli. Anche gli avversari guardavano me mentre i giudici si riscaldavano e io simpatizzavo con i muscoli. Dopo il tuffo sono stato attento alla bracciata per i primi cento metri, necessari a prendere il ritmo e capire se era giornata o non era giornata. Lo era. Una volta presi il ritmo e la consapevolezza che di metri ne mancavano ancora millequattrocento, ho iniziato a pensare ai cazzi miei. Potendo, avrei acceso una sigaretta. Ma non fumo.
Il primissimo pensiero è scivolato velocemente come uno scanner dalla testa ai piedi per ricordarmi che, nonostante in gare del genere le gambe si usino poco, io non le stavo usando affatto. Ho iniziato a batterle proprio mentre mi si affiancava, sulla corsia alla destra della mia, un tipo giallo, non so se giallo per la cuffia o giallo per il costume ma per me sarebbe rimasto giallo per tutta la gara. Andava troppo forte per i miei gusti, alla fine avrebbe pure vinto la batteria. Ho provato a stargli accanto finché ho potuto, poi ho capito qual è la differenza tra uno che vince, lui, e uno che non vince, io: quello che vince rimane concentrato sulla gara anche dopo i primi cento metri, io stavo già pensando alla cena di capodanno visto che ero digiuno e stavo morendo di fame. Il cenone mi ha fatto pensare a Francesca, ad una Francesca qualunque tra quelle di cui ho parlato nei giorni scorsi. Una qualunque perché, per come sono andate le cose, tra una Francesca e l’altra per me non ci sarebbe stata differenza. Eppure il ricordo di un capodanno di qualche tempo fa mi ha portato alla mente un’altra Francesca, una con cui sono stato, con cui ho avuto una storia persino intensa anche se breve. Quella Francesca non a caso era una mia compagna di squadra, nuotavamo insieme. Eppure non smentisce la mia teoria dei rapporti le Francesca perché lei non si faceva chiamare Francesca. Per tutti era Tiziana, anche per i genitori o forse proprio per colpa loro che l’hanno messa al mondo con un nome e poi l’hanno fatta crescere con un altro. Ecco perché non me la ricordavo quando ho parlato delle Francesca della mia vita. Ecco perché la mia teoria rimane fondata.
Nel frattempo ho continuato a contare le vasche. A quel punto avevo nuotato per trecento metri, ne mancavano ancora milleduecento. Cosa vuoi che siano, mi ripetevo. Da quella Francesca, il collegamento logico mi ha guidato ai giorni trascorsi con lei e al perché la nostra storia fosse finita. Francesca Tiziana era molto carina e aveva un corpo perfetto, tonico, atomico direi, come una nuotatrice quale appunto era. Aveva due gambe che ancora ricordo e non solo perché fossero belle gambe ma perché erano fortissime. Ai cinquecento metri ho avvertito una fitta al basso ventre e sono sicuro che la causa fosse da ricondurre a quella volta che, a letto insieme, le gambe di Francesca Tiziana mi hanno avvinghiato e stritolato con una tecnica simile alla mossa del cobra di Antonio Inoki, spezzandomi anche due o tre costole che ancora penzolano dentro il mio torace. Quella storia non è finita a causa delle costole rotte ma a causa della mia idiozia, come tante altre volte del resto.
Intorno ai seicento metri, mentre il giallo iniziava ad allungare, il ricordo delle gambe atomiche mi segnalava che le mie si erano fermate di nuovo. Ho ripreso a usarle e sono riuscito a mantenere un certo ritmo. I pensieri si sono spostati ai tempi passati, sempre tiranni, al poco prima di fare l’amore con Francesca Tiziana e al poco dopo, la mattina di quel capodanno in cui una telefonata le ha comunicato che il suo amico era morto e io non le sono stato vicino pur essendo nel letto con lei. Quel pianto non potrò mai dimenticarlo. 
Non l’ho dimenticato nemmeno quando ho toccato il bordo vasca ai mille metri, in quel mezzo secondo in cui ho girato gli occhi per vedere in quale posizione stavo rispetto agli altri. Ero secondo dietro al giallo ma ancora per poco perché il terzo, la Perla di Labuan, era troppo vicino a me e troppo pimpante per non essere in grado di superarmi. Ho iniziato a spingere anche io senza rimuovere i ricordi di quell’anno, lo stesso alla fine del quale avrei mollato tutto per cambiare città, amici, lavoro, abitudini, piscina, scarpe, barbiere e deodorante. Ho pensato a quante ne ho combinate, a quante me ne sono capitate, a quelle che non mi sono capitate, a quelle che mi sarebbero capitate se avessi voluto. Perché allora non sapevo dove sarei arrivato e adesso non so nemmeno se ci sono riuscito o ci riuscirò però ne ho fatta di strada camminando per terra, ne ho spostata di acqua nuotando, ne ho solcati di cieli per volare a casa e il fuoco brucia ancora e, anche se alla fine gli elementi saranno sempre quattro, io continuerò testardamente a cercare il quinto.
Il giallo mi ha ormai distanziato e la Perla di Labuan che avevo dietro adesso mi sta accanto. So già che arriverò terzo, questi due oggi sono più forti di me e gli altri sono lontani per raggiungerci. Non mollo però, devo dare il massimo negli ultimi trecento metri con la vita che mi scorre davanti e devo morire negli ultimi cento.
Ci riesco.

Quelle mani parlavano. Non chiacchieravano, non si muovevano a caso, parlavano. Avevano l’innocente presunzione di chi – o cosa – deve assolutamente stare al centro dell’attenzione, incapace di star fermo e senza farlo apposta, perché quello è il suo modo di comunicare. Perché è impossibile non comunicare. E’ una regola generale, valida in ogni circostanza. In quei momenti però quelle mani stavano proprio dicendo qualcosa e lo stavano dicendo a me. In silenzio.
Le ho ascoltate dal primo momento che le ho viste. Ascoltare il silenzio è disarmante, estranea dal mondo circostante. La musica diventa rumore, il rumore nulla. Le voci vengono filtrate e spente ad una ad una fino a lasciare accesa soltanto quella che fa da sottofondo alle mani. Silenzio e parole mai pronunciate, tracciate nell’aria da dita inadatte a lottare ma perfette per disegnare.
Quelle mani avevano una proprietaria. La proprietaria aveva un nome e credo l’abbia ancora: Francesca. Ecco, ora io so bene che non sono mai stato fortunato con chi si chiama Francesca, sarà per un problema di onomastica, per l’influsso negativo di Giove su chi mangia patatine, per colpa di dio o di suo figlio. Non lo so. Però le Francesca mi hanno sempre dato qualche pensiero, con loro non è mai filata liscia. Anzi non è mai filata, non è mai iniziata.
La prima Francesca che è entrata nella mia vita lo ha fatto nel 2004, quando stavo ricominciando a vivere. In realtà non è esattamente entrata nella mia vita, ero io che volevo farcela entrare senza che lei lo sapesse. La conosco, trovo il suo numero di telefono, usciamo qualche volta, sempre in compagnia di altri. Le regalo un libro e poi boh, sparisce. Non sono mai stato sicuro di piacerle ma nemmeno glielo avevo chiesto. Forse il libro era troppo impegnativo. Tempo dopo scopro che il suo ex ragazzo, molto ex, ex da due anni, era geloso di me e lei molto simpaticamente si era inventata che fossi io soltanto a cercarla nonostante non mi avesse mai dato corda. Per difendersi mi avrebbe accusato di stalking se a quel tempo il reato fosse esistito. Io però ho conservato tutti i suoi messaggini, non si sa mai. Potrei dovermi difendere in tribunale. Donne.
La seconda Francesca è più recente. Non so come, non so dove, non so perché, lei che non ha mai avuto un blog arriva casualmente a leggere il mio. E mi scrive una lettera, bellissima, che ho anche pubblicato su questi schermi. Le rispondo dopo un mese. Risponde lei, rispondo io. Ci scambiamo i numeri, ci incontriamo, ci baciamo, ci facciamo, in una sera in cui non avrei immaginato che non l’avrei più rivista. E non l’ho più rivista. E’ venuto fuori – credo di aver capito – che, essendo molto impegnata nello studio, in particolare in un esame per un concorso in magistratura, aveva magistralmente giustificato il suo comportamento dicendo che incontrarmi era stato così travolgente che ha avuto paura di perdere di vista i suoi obiettivi, che non poteva permettersi di concentrarsi su una storia. Una storia a cui però io non avevo mai pensato. Donne.
La terza Francesca è ancora più recente. Ci conosciamo, diventiamo amici, ridiamo e scherziamo sempre parlando di tutto, di sesso soprattutto. Lo facciamo senza inibizioni. Non il sesso eh, il parlare. Sesso che peraltro avrei fatto senza pensarci due volte, ma nemmeno una, soprattutto dopo quella sera in cui ha giocato a sedurmi e io ho dovuto fingere di non essere interessato. Forse ho finto troppo bene. Fatto sta che dal giorno dopo ho iniziato a ricevere strani messaggi da parte sua che mi invitavano gentilmente, anzi mi supplicavano, di non innamorarmi di lei. In effetti ho sempre fatto confusione tra sesso e amore ma in quel caso non c’è stato né l’uno né l’altro. Anche lei alla fine è scomparsa. Donne.
Donne, dicevo. Forse dovrei dire “francesche”. Ne ho incontrata anche un’altra, dopo la prima, di cui però avrei già dimenticato il nome se appunto non si fosse chiamata Francesca. Da lei non ho avuto nemmeno il numero di cellulare e sono stato l’unico in città a non esserci riuscito.
E ora l’ultima. Carina, con bel modo di fare, piacevole e unica titolare di quelle mani. Ho parlato con loro la prima sera, poco dopo che incontrassero le mie per presentarsi. Avevano un sacco di cose da dire e lo hanno fatto in modo piuttosto chiaro. Al tempo stesso avevano qualcosa da nascondere: un tatuaggio sulla spalla, un taglio di capelli, una storia quasi finita. Hanno detto tanto ma non hanno detto tutto. Ho provato a parlare ancora con loro, imponendomi di ignorare che appartenessero ad una Francesca. Ma ho sbagliato. La seconda sera infatti, nonostante quelle mani continuassero vivacemente a comunicare, il messaggio che mi mandavano era completamente diverso da quello della prima volta. Erano chiuse, distratte, facevano chiasso. Come un mal di pancia. E proprio quando si sono poggiate un paio di secondi sullo stomaco ho capito che la mia voce si stava trasformando prima in un rumore, poi nel nulla. Quelle mani non mi avrebbero più parlato.

Io so cos'è la gelosia, l'ho assaggiata, masticata con forza e ingoiata con sdegno dopo che mi è stata schiacciata in gola come fossi un prigioniero imbavagliato che non si vuol fare gridare. Io gridavo infatti ma nessuno mi sentiva. Masticavo e non riuscivo a sputare. E di quei bavagli bianchi, poi sporcatisi di sangue, ne ho ingoiati parecchi.
Non mi riferisco alla gelosia da ventenne, che ho pure provato, ma che era soprattutto un volersi imporre con un atteggiamento stupido e appunto troppo acerbo per poter rappresentare un vero sentimento. La prima volta la ricordo ancora bene: io a casa a letto e la mia ragazza fuori con un amico di vecchio data. Non credo di averle rovinato la serata ma sono stato pesante. Per me, per Lei, per lui. Quella non era gelosia però mi ha insegnato qualcosa e cioè che non ero geloso, solo un giovane presuntuoso.
La gelosia vera però, quella che mi ha asfaltato senza darmi il tempo di capire che non ero una strada ma un sentiero abbandonato, l'ho conosciuta qualche anno dopo e ancora oggi mi domando se fosse solo gelosia o un misto di rabbia, desiderio di vendetta, incapacità di reagire, mancanza di stima e chissà cos'altro.
Io so cosa significa contare i giorni sperando che finiscano in fretta per arrivare al successivo e sperare che finisca in fretta pure quello. So cosa vuol dire far passare il tempo nei modi più assurdi e disperati come dormire, semplicemente per non dover essere costretto a pensare. So cos'è quel buco nero che viene alla bocca dello stomaco risucchiando energia, fame e sete, colore e buon umore. So quant'è lesivo il confronto con un altro sapendo in partenza di aver già perso per il solo fatto che lui è con la persona che ami e tu no. Ci si sente insignificanti perché il termine di paragone è proprio la persona che ami e che si trova ovunque tranne che accanto a te.
Quando pensavo fossero insieme, contavo le ore soltanto per immaginare con un po' di sollievo il momento in cui sarebbero si salutati e ognuno avrebbe fatto ritorno a casa propria. Quando sapevo che erano a letto insieme, aspettavo le ore piccole per poter pensare che a un certo punto potevano solo dormire. E quando quella persona mi ha detto che fare l'amore con lui è stato bello, non è rimasto altro da fare che ingoiare il fazzoletto bianco che mi impediva di gridare, sporco del mio sangue e della mia rabbia.
A forza di ingoiare però si cresce. Anche lentamente. In quei frangenti solo una cosa mi aiutava, oltre a quelle che fortunatamente mi sostenevano già, come i genitori, i pochi amici e tutto il resto. Quella cosa era questo cazzo di blog, era scrivere, era scriverci e sfogarsi, era pensare e piano piano imparare a buttar fuori, a sputare, sangue e parole, rosso e nero, su un fazzoletto che non sarebbe stato più un bavaglio per la mia voce ma che sarebbe diventato un foglio di carta, non importa se non più bianco, non importa se inzuppato di plasma, spazi vuoti, globuli e lettere, piastrine e punteggiatura senza significato. Era il mio grido, era il mio sfogo, era il mio pensiero, era me, ero io, sono io.