About Topper

Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal in compagnia di un peyote. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, Lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.

- Sono sempre stato combattuto tra un sentimento di pena e uno di rabbia e critica verso certa gente. Fino a poco tempo fa propendevo per il primo, ora mi sto orientando verso il secondo. Dopo quello che ha passato, continua a passare e passerà, glielo abbiamo detto tutti, colleghi, amici e parenti, in tutte le lingue scritte, orali e mentali e alla fine non è che ti arrendi però inizi a criticare. La vita è sua, se non impara dagli errori, non possiamo fare più di tanto. Poi sarà felice quando diventerà dirigente ma a che prezzo? Non troverà mai la serenità, ne sono convinto.
- Infatti mi chiedo proprio questo: può anche diventare dirigente ma, senza una vita, che senso ha? Meno male che il governo non ci farà andare mai in pensione! Le immagini queste persone senza il lavoro? Cosa farebbero?
- Beh, basta guardare cosa fanno adesso, fuori dall’ufficio. Chi sono? Cosa fanno? Chi frequentano? Escono tra di loro, sono sempre connessi con l’azienda, parlano di lavoro, famiglia e amici prossimi allo zero, vacanze ad agosto, un abito per ogni occasione, lamentele perenni per lo stress, sui soldi che non bastano mai e sul poco tempo libero, critiche continue ai colleghi, organigramma aziendale stampato in mente…
- La penso allo stesso modo su tutto, è un’immagine inquietante. Una specie di malattia. Pensa che io ho preso ferie spezzettate, mi hanno guardato come fossi un militante di lotta comunista.
- Tu così non farai mai carriera. Che te ne fai di una famiglia, dei bimbi, del cagnolino, dei viaggi, delle tue passioni, se non sei almeno un quadro e non guadagni 2.500 euro al mese? Sei un fallito. Ah, poi dimenticavo la cosa più importante! Se a queste persone fai notare come sono fatte, ti rispondono che sbagli! Non sono affatto così secondo loro, non lo capiscono! Ti dicono che hanno tanti interessi al di fuori del lavoro (vanno in palestra), che adorano la famiglia (si scopano il/la collega), che quando escono dall’ufficio non ci sono per nessuno (rispondono alle mail di notte), che i soldi sono pochi (spendono 300 euro per un paio di jeans), che l’apparenza non conta (i jeans da 300 euro li indossano solo la domenica pomeriggio), che non leccano il culo (escono col gran capo)… Scriverò un post sul mio blog su questa conversazione. In orario d’ufficio, ecco.
- Non pensavo avessimo lo stesso identico pensiero su queste persone. La tua descrizione è perfetta. C’è una corrente “negazionista” che non si rende conto del proprio essere “non vivi”, non c’è anima, non c’è amore per quella che è la vita vera. Mi ha sempre incuriosito chi trova in ufficio marito o moglie, amante ed amici. Siamo sette miliardi: come è possibile trovare tutto ciò di cui si ha bisogno in un sottoinsieme così piccolo? La verità è che non sanno riconoscere i bisogni veri o forse non ne hanno. Per me sono una nuova forma di vita non pensante, di tipo “esecutivo”, senza spazio per la personalizzazione delle cose. E’ come essere nel remake de “L’invasione degli ultracorpi”: sembrano umani ma non lo sono.
- Non a caso è gente senza personalità che solo al lavoro trova la propria dimensione e riesce ad affermarsi. O almeno crede. A me ricordano scenari tipo 1984 o Fahrenheit 451. Ci sono decine di libri e film che parlano di società governate da regimi totalitari in cui la gente è completamente priva di carattere se non nelle cose per cui è programmata.
- Infatti ciò che sta accadendo è stato già ampiamente previsto da cinema e letteratura. Credo sia un problema del mondo industrializzato. Probabilmente dove c’è meno ricchezza esiste ancora una dimensione umana delle cose. Ciò che più mi spaventa è il loro non rendersi conto della situazione, pensano di vivere bene. Ma noi “diversi” cosa dovremmo fare secondo te? Potremo vivere tutta una vita in questa situazione, attorniati da non vivi?
- Io penso che i diversi, forse ancora per poco, siano loro. Noi ne stiamo parlando, loro non lo fanno. Già questo, intendo parlarne, confrontarsi, capire che qualcuno ha il tuo stesso pensiero, è un aspetto fondamentale. Per fortuna, a fronte di infinità di conoscenze di persone così, ho anche rapporti con altrettante persone che vivono e la pensano come me o anche meglio, nel senso che sono più avanti e io imparo da loro, confrontandomi. Altra gente impara dagli esempi sbagliati. Il discorso comunque è ampio e interminabile. Negli ultimi anni mi sono rafforzato in tal senso, ho acquisito maggiore coscienza. E’ questo che possiamo fare. 
Oggi, per esempio, non ricomprerei una BMW. Era un desiderio che avevo da sempre ma ho capito che non ne avevo bisogno e ora per fortuna so benissimo cosa voglio. Non ne sono affatto pentito ma non rifarei scelte del genere. Non a caso ho venduto la moto e giro con una Vespa scassata che mi dà più soddisfazione. Ma il tema non è solo materiale, è di approccio alla vita. Non voglio sembrare un filosofo perché non ne sono capace però alla fine per cosa si vive? Si vive per “fare”. Fare esperienze, viaggiare, vedere, provare emozioni ed entusiasmo con una famiglia o degli amici ma anche da soli, leggere o guardare una partita o un film, andare ad un concerto. Sono tutti aspetti legati al fare. Chiaramente parlo della nostra società, in cui comunque stiamo bene. Ci sono posti in cui si pensa solo a sopravvivere e quello è tutto un altro discorso. Non essere, non avere. Almeno per me, te e chi pensa come noi. Me, te e chi pensa, direi. Poi ci sono i diversi, quelli che vogliono essere un dirigente o un personaggio famoso, avere soldi o successo e cose di cui non si ha bisogno.
- Come dici tu, la vita è una somma di esperienze. Chi non ne ha fatte forse non si rende neanche conto di ciò che gli manca.

Alla mamma non si sfugge. Al papà a volte , ma per il semplice fatto che con lui è possibile scontrarsi e quindi, ogni tanto, solo ogni tanto, uscirne vincitori. Con la mamma la lotta è impossibile e impari. Basta un tuo sguardo di sfida e lei subito assume la fisionomia della madonna martire che tutta la vita ha dedicato ai figli, rendendoti inerme e pieno di dubbi sul motivo del contendere anche se fino ad un attimo prima eri sicuro di avere pienamente ragione. Lei invece, che nel frattempo ha indossato pure il manto blu della trascendenza, riesce a impietosirti senza far nulla, trasformandoti in un essere immondo, a livello tale da dubitare persino dell’utilità della tua esistenza, proprio perché la vita è stata un regalo che lei ti ha voluto donare ricevendo in cambio solo sacrifici e patimenti. E proprio nel momento in cui dubiti e pensi di essere una nullità per aver creduto di poter discutere con la mamma, ecco che lei accenna un sorriso tipo Gioconda, che c’è o non c’è a seconda di come la guardi, rassicurandoti su quanto ti vuole bene, che sei il suo orgoglio e che avrebbe dato qualsiasi cosa per farti venire al mondo. Nel frattempo, quella discussione che hai solo pensato di mettere in piedi per un suo torto evidente è morta e sepolta e tutte le tue motivazioni, oggettivamente impeccabili, sono finite nella tomba anch’esse.
A me fa sempre piacere andare a trovare i miei genitori. In un certo senso è come tornare a casa anche se la mia casa non è più lì dove vivono loro, a centinaia di chilometri da me. Purtroppo non ci vediamo spesso ma ci sentiamo ogni giorno per telefono per il tempo di una conversazione che varia dai tre ai quattro minuti, a seconda o meno che ci siano novità nelle nostre rispettive vite, per cui ogni volta che torno da loro vengo accolto come il figliol prodigo. Questo però, proprio con la mamma, può diventare un problema serio.
Arrivo all’aeroporto e non posso permettermi di prendere un trenino o un autobus per raggiungere, diciamo, casa. Me li trovo sotto la scaletta dell’aereo con mia madre che già piange perché pensa a quando dovrò ripartire. Mio padre, seguendo l’ordine categorico della mamma, mi porta la valigia e a niente valgono i miei tentativi di rendermi autonomo. A casa – continuiamo a chiamarla così – trovo la tavola imbandita stile Luigi XIV nonostante siano le sei del pomeriggio e puntualmente, tra un’infinità di portate che vanno dal primo al dolce, dal secondo al quattordicesimo, trovo una cotoletta. Tutto il mondo sa che io odio la carne da quando sono nato ma mia madre continua ad ignorarlo e 
quella fottuta cotoletta impanata mi perseguita anche nel sonno. Puntualmente la rifiuto. So già che la ritroverò alla mia prossima visita per cui la saluto con un arrivederci piuttosto che con un addio. Mi sta quasi simpatica la cotoletta, un giorno mi convincerà a farsi mangiare. A tavola, attorno alla quale siamo ancora seduti alle nove di sera, ininterrottamente da tre ore, non posso permettermi movimenti sospetti. Anche muovere una mano per prendere il sale può diventare sinonimo di qualcosa che non va. Nella mente di mia madre – lo noto dalle espressioni del suo viso – si susseguono pensieri precisi: “c’è poco sale”, “spero non metta troppo sale che non fa bene”, “eppure ho messo il sale come piace a lui”, “col sale starebbe bene anche il pepe, lo prendo subito”, “oltre al pepe è meglio prendere anche tutte le spezie”, “e tutte le salse”, “gli preparo un’altra cosa, questa era poco salata”, “cambio i piatti sporchi”, “chissà perché non mangia mai la cotoletta”. Nel frattempo mio padre prova ad assaggiare uno dei piatti a me riservati. Non riesce nemmeno ad annusarlo ché mia madre lo ha già rimproverato perché mangia troppo. Per lui ci sono le carote bollite. Senza sale.
Mi alzo da tavola, o almeno ci provo, più pesante di otto chili, uno per ogni portata che ho mangiato. Ma la domanda arriva puntuale: “non prendi la frutta?” e improvvisamente si materializzano delle fragole sull’ultimo piatto da me usato, che nel frattempo è stato lavato e lucidato. Le banane spuntano dal lampadario, le arance sono ovunque. Non si può dire che la mamma non sappia che frutta mi piace. Cerco in modo impercettibile di scivolare dalla sedia, forse strisciando e rotolando potrei arrivare alla mia stanza, dista solo pochi metri. Ce la faccio.
Cerco la valigia, la trovo vuota. La mamma ha già preso tutti i vestiti per lavarli. Torno indietro per chiedere dove siano ma, uscendo dalla stanza, mia madre mi viene incontro con i vestiti lavati, stirati e improfumati. Ha fatto tutto mentre io ero a tavola, tra una portata e l’altra. Ha anche aggiunto due camicie nuove, sempre di una taglia più grande. Mi ha comprato anche un pigiama, il quarto negli ultimi due anni. Come con la cotoletta, non riesce ad accettare il fatto che io il pigiama lo detesti, non l’ho mai usato. Anche questo finirà nel cassetto insieme agli altri, inutilizzato.
La doccia è il mio momento. Posso chiudermi in bagno senza pericolo. Posso scegliere tra due, tre docciaschiuma e sette shampoo differenti. Dopo la doccia, torno in stanza per rivestirmi e la mamma nota che c’è qualcosa di strano. “Come mai si sta rivestendo invece di andare a letto o sedersi davanti al computer? Non starà mica uscendo a quest’ora?” sono i suoi pensieri che si tramutano in parole. Saranno le undici di sera. Le spiego che non è poi così tardi, che a volte esco anche più tardi, che non farò tardi, che mi sveglierò tardi. Aggiungo che potrei anche non tornare e non perché sarò morto o mi avranno arrestato ma perché potrei anche trovare compagnia per la notte. “Perché, i tuoi amici non vanno a dormire?” mi chiede. “Una ragazza! Potrei passare la notte con una ragazza!”, rispondo. Il punto esclamativo è solo figurativo, nella mia voce non c’è e non ci può essere variazione di tono. “Preservati” è la sua ultima parola.
Il mio letto è principesco. Ci sono cuscini  a sufficienza, anche per poggiare i piedi quando mi alzo. Le coperte sono stratificate come se ci trovassimo in Groenlandia. Lenzuolo di flanella, copertina e copriletto o piumino a seconda della stagione. Manca la pelle d’orso ma solo perché siamo a marzo. In più trovo anche lo scaldasonno, una di quelle cose che odio insieme alla cotoletta e al pigiama, tra l’altro sempre regolato al massimo della temperatura. In pratica non è un letto, è una sauna.
La mattina dopo ci ritroviamo a colazione. Fino a qualche tempo fa, la mamma mi chiedeva cosa volessi perché sa che la mia colazione è sempre stata molto rapida, non mi piace stare seduto a tavola la mattina. Adesso il vuoi questo o il preferisci quello sono diventati imperativi: prendi questo, assaggia quello, ti ho comprato questa, quella è buonissima.
Non posso spostarmi da una stanza ad un’altra senza aver spento la luce. Non posso lasciare il computer acceso la notte perché non si sa mai cosa può succedere, un corto circuito potrebbe innescare un incendio che brucerebbe la casa. Non posso aver mal di testa, cosa che non sopporto insieme alla cotoletta, il pigiama e lo scaldasonno, che subito tutti i medicinali presenti in casa si mischiano in un cocktail che curerebbe pure il cancro.
A casa, chiamiamola ancora così, in pratica non ho scampo. Ma la mamma è la mamma, a me va benissimo così, non cambierà mai e a nulla serve provarci perché le sue premure sono dettate dal cuore. Ne sa qualcosa anche mia sorella e ancor di più il figlio di mia sorella, mio nipote, che ancora è un bambino, troppo giovane e innocente per capire a cosa sta andando incontro a forza di telefonare alla nonna ogni giorno. Loro vivono ancora più lontano di me e le attenzioni della mamma-nonna, si sa, sono proporzionali alla distanza che li (ci) separa. In fondo è soprattutto per merito suo – e del papà – che casa non è soltanto un luogo ma una condizione mentale, uno stato in cui ti riconosci e che spesso non corrisponde a dove vivi quanto semmai a dove hai vissuto e sei cresciuto. Più vai a vivere lontano e più casa diventa quel luogo in cui sono rimasti i tuoi genitori. Più vai a vivere lontano e più ti rendi conto che, prima o poi, quella maledetta cotoletta ti mancherà.

C’è stato un tempo in cui ero diverso. Gli eventi mi passavano davanti sventolando bandiere e suonando trombette per farsi notare e io non li vedevo o li vedevo senza curarmene, intento com’ero ad alimentare il mio ego cercando spazio in situazioni entusiasmanti, felici e assurde che meritavano di essere vissute ma che avevano un piccolo difetto: non erano mie.
Quando ero diverso, tu non saresti uscita illesa da casa mia, non pulita e candida come ci sei entrata. Invece non solo hai dormito nel mio letto, ti sei stesa con me sul divano, hai ingurgitato il mio alcool e bagnato la mia doccia ma sei anche andata via portandoti dietro un solo mio bacio sul collo. Perché il rispetto e l’amore a volte non hanno la stessa faccia.
Quando ero diverso, tu eri diversa. Eri più viva, allegra, desiderosa di fare, di andare e non tornare, 
di tornare indietro e ricominciare, di gridare e non tollerare, di lottare pur senza nemici, di muoverti o star ferma spostando il mondo. Avevi quella personalità distaccata e acida tipica del tuo anno, la stessa che ti ha portato via da me e che ti ha fatto finalmente diventare grande. Ti ritrovo oggi spenta e quasi rassegnata, forzatamente allegra e appagata come mi diceva tua madre quando ha capito che saresti cambiata per sempre. Eri migliore quando hai ucciso, il delitto non ha pagato. Ha solo ucciso il morto, rovesciandolo e risvegliandolo.
Quando ero diverso ti avrei mandato a fanculo un giorno sì e uno forse, facendo però la pace la notte nel letto e nel telefono per poterti rimandare a fanculo il giorno dopo. Il mio orgoglio e il mio ego ti avrebbero polverizzato ma si sono fatti da parte lasciandomi solo la voglia di preoccuparmi per te e un mucchio di domande ricorrenti su cosa possa fare per aiutarti, fregandomene delle reazioni assurde che mi vomiti addosso.
Quando ero diverso, a te che resti lì ad osservarmi da lontano all’interno della tua campana di plastica e vetro, avrei recapitato due oggetti: un martello e una matita. Il primo per fare rumore, lasciandoti credere che ti avrebbe aiutato a frantumare un passato recente ma che invece sapevo potesse solo battere nel silenzio assordante del nulla. La matita ti avrebbe permesso di scrivere un nuovo futuro. Breve, perché il temperino lo avrei avuto io. Oggi preferisco di gran lunga tenere io la matita e chiedere a te il temperino. Il martello lo do in testa a quella smorfiosa con gli occhi dipinti che tutti quanti fan ballare.
Quando ero diverso non facevo storie, guardavo quelle degli altri e mi impadronivo di una parte di loro per viverne un capitolo. Ora che sono cambiato, i capitoli li scrivo e invito gli altri a farne parte senza bandiere né trombette, solo con due parole, una porta aperta e un bicchiere di vino.