Nella mia breve esistenza non ho mai creduto in niente. Intendo in niente che non sia dimostrabile e plausibile, spiegabile. Senza ignoranza.
In un dio, ad esempio. Già mi facevo e facevo al parroco domande strane ai tempi del maledetto catechismo e nessuno è mai riuscito a rispondere come si dovrebbe fare con un bambino di nove anni. Non a caso non ho mai imparato Il credo, quella preghiera che sentivo sempre in chiesa.
Non ho mai creduto al soprannaturale anche se L’esorcista di paura me ne ha fatta. Che poi, a dirla tutta, quando penso al film penso alla locandina, al prete esorcista, all’esorcista appunto. Ma lui era il buono, i cattivi nemmeno si vedono. Eppure è il prete che evoca l’immagine della paura, non la ragazza posseduta, non il possessore. E insomma, non ho mai creduto nemmeno a lui né a Berlusconi.
Non credo alla magia ma mi piacciono i maghi come Merlino e Forest che fanno ridere proprio perché non sono credibili.
Non credo all’oroscopo che, diciamolo, è una gran cazzata. Però qualche volta ci azzecca, pare. Ma anche io a forza di dire cazzate, qualche volta indovino.
Non credo alla cartomanzia, alla chiromanzia e nemmeno a mia zia che ormai ha una certa età e ogni tanto le spara grosse.
Non credo agli alieni e ai loro avvistamenti anche se non escludo che da qualche parte dietro un angolo dell’universo qualche altra forma di quella che definiamo vita possa esistere.
Non credo a certe teorie del complotto o ad altre sull’origine o la fine di certi fenomeni nel mondo o alla fine del mondo stesso. Del resto si tratta appunto di teorie. Mi affascina però l’ipotesi Gaia e spero che un giorno venga dimostrata anche se forse la stiamo dimostrando semplicemente vivendo.
Non credo insomma. Però, ecco, adesso ci sei tu e io in noi voglio crederci. Almeno fino a mezzanotte.

Il tempo è tiranno, si dice. Lo è nella vita di tutti i giorni, figuriamoci in una competizione dove vince chi arriva prima. Tuttavia è stato proprio durante l’ultima gara di nuoto, quella dei millecinquecento metri stile libero, che ho avuto a disposizione una ventina di minuti abbondante da dedicare ai miei pensieri come non facevo dai giorni del cammino di Santiago. E’ stata una gara intensa. Fino al momento del tuffo sono rimasto concentrato su come cercare di essere il più regolare possibile: partire troppo forte avrebbe significato perdere forza a lungo andare, partire troppo rilassato mi avrebbe fatto perdere contatto con gli avversari. Il perdere era contemplato in entrambi i casi. Guardavo gli altri nelle corsie accanto mentre simpatizzavo con i giudici e riscaldavo i muscoli. Anche gli avversari guardavano me mentre i giudici si riscaldavano e io simpatizzavo con i muscoli. Dopo il tuffo sono stato attento alla bracciata per i primi cento metri, necessari a prendere il ritmo e capire se era giornata o non era giornata. Lo era. Una volta presi il ritmo e la consapevolezza che di metri ne mancavano ancora millequattrocento, ho iniziato a pensare ai cazzi miei. Potendo, avrei acceso una sigaretta. Ma non fumo.
Il primissimo pensiero è scivolato velocemente come uno scanner dalla testa ai piedi per ricordarmi che, nonostante in gare del genere le gambe si usino poco, io non le stavo usando affatto. Ho iniziato a batterle proprio mentre mi si affiancava, sulla corsia alla destra della mia, un tipo giallo, non so se giallo per la cuffia o giallo per il costume ma per me sarebbe rimasto giallo per tutta la gara. Andava troppo forte per i miei gusti, alla fine avrebbe pure vinto la batteria. Ho provato a stargli accanto finché ho potuto, poi ho capito qual è la differenza tra uno che vince, lui, e uno che non vince, io: quello che vince rimane concentrato sulla gara anche dopo i primi cento metri, io stavo già pensando alla cena di capodanno visto che ero digiuno e stavo morendo di fame. Il cenone mi ha fatto pensare a Francesca, ad una Francesca qualunque tra quelle di cui ho parlato nei giorni scorsi. Una qualunque perché, per come sono andate le cose, tra una Francesca e l’altra per me non ci sarebbe stata differenza. Eppure il ricordo di un capodanno di qualche tempo fa mi ha portato alla mente un’altra Francesca, una con cui sono stato, con cui ho avuto una storia persino intensa anche se breve. Quella Francesca non a caso era una mia compagna di squadra, nuotavamo insieme. Eppure non smentisce la mia teoria dei rapporti le Francesca perché lei non si faceva chiamare Francesca. Per tutti era Tiziana, anche per i genitori o forse proprio per colpa loro che l’hanno messa al mondo con un nome e poi l’hanno fatta crescere con un altro. Ecco perché non me la ricordavo quando ho parlato delle Francesca della mia vita. Ecco perché la mia teoria rimane fondata.
Nel frattempo ho continuato a contare le vasche. A quel punto avevo nuotato per trecento metri, ne mancavano ancora milleduecento. Cosa vuoi che siano, mi ripetevo. Da quella Francesca, il collegamento logico mi ha guidato ai giorni trascorsi con lei e al perché la nostra storia fosse finita. Francesca Tiziana era molto carina e aveva un corpo perfetto, tonico, atomico direi, come una nuotatrice quale appunto era. Aveva due gambe che ancora ricordo e non solo perché fossero belle gambe ma perché erano fortissime. Ai cinquecento metri ho avvertito una fitta al basso ventre e sono sicuro che la causa fosse da ricondurre a quella volta che, a letto insieme, le gambe di Francesca Tiziana mi hanno avvinghiato e stritolato con una tecnica simile alla mossa del cobra di Antonio Inoki, spezzandomi anche due o tre costole che ancora penzolano dentro il mio torace. Quella storia non è finita a causa delle costole rotte ma a causa della mia idiozia, come tante altre volte del resto.
Intorno ai seicento metri, mentre il giallo iniziava ad allungare, il ricordo delle gambe atomiche mi segnalava che le mie si erano fermate di nuovo. Ho ripreso a usarle e sono riuscito a mantenere un certo ritmo. I pensieri si sono spostati ai tempi passati, sempre tiranni, al poco prima di fare l’amore con Francesca Tiziana e al poco dopo, la mattina di quel capodanno in cui una telefonata le ha comunicato che il suo amico era morto e io non le sono stato vicino pur essendo nel letto con lei. Quel pianto non potrò mai dimenticarlo. 
Non l’ho dimenticato nemmeno quando ho toccato il bordo vasca ai mille metri, in quel mezzo secondo in cui ho girato gli occhi per vedere in quale posizione stavo rispetto agli altri. Ero secondo dietro al giallo ma ancora per poco perché il terzo, la Perla di Labuan, era troppo vicino a me e troppo pimpante per non essere in grado di superarmi. Ho iniziato a spingere anche io senza rimuovere i ricordi di quell’anno, lo stesso alla fine del quale avrei mollato tutto per cambiare città, amici, lavoro, abitudini, piscina, scarpe, barbiere e deodorante. Ho pensato a quante ne ho combinate, a quante me ne sono capitate, a quelle che non mi sono capitate, a quelle che mi sarebbero capitate se avessi voluto. Perché allora non sapevo dove sarei arrivato e adesso non so nemmeno se ci sono riuscito o ci riuscirò però ne ho fatta di strada camminando per terra, ne ho spostata di acqua nuotando, ne ho solcati di cieli per volare a casa e il fuoco brucia ancora e, anche se alla fine gli elementi saranno sempre quattro, io continuerò testardamente a cercare il quinto.
Il giallo mi ha ormai distanziato e la Perla di Labuan che avevo dietro adesso mi sta accanto. So già che arriverò terzo, questi due oggi sono più forti di me e gli altri sono lontani per raggiungerci. Non mollo però, devo dare il massimo negli ultimi trecento metri con la vita che mi scorre davanti e devo morire negli ultimi cento.
Ci riesco.

Quelle mani parlavano. Non chiacchieravano, non si muovevano a caso, parlavano. Avevano l’innocente presunzione di chi – o cosa – deve assolutamente stare al centro dell’attenzione, incapace di star fermo e senza farlo apposta, perché quello è il suo modo di comunicare. Perché è impossibile non comunicare. E’ una regola generale, valida in ogni circostanza. In quei momenti però quelle mani stavano proprio dicendo qualcosa e lo stavano dicendo a me. In silenzio.
Le ho ascoltate dal primo momento che le ho viste. Ascoltare il silenzio è disarmante, estranea dal mondo circostante. La musica diventa rumore, il rumore nulla. Le voci vengono filtrate e spente ad una ad una fino a lasciare accesa soltanto quella che fa da sottofondo alle mani. Silenzio e parole mai pronunciate, tracciate nell’aria da dita inadatte a lottare ma perfette per disegnare.
Quelle mani avevano una proprietaria. La proprietaria aveva un nome e credo l’abbia ancora: Francesca. Ecco, ora io so bene che non sono mai stato fortunato con chi si chiama Francesca, sarà per un problema di onomastica, per l’influsso negativo di Giove su chi mangia patatine, per colpa di dio o di suo figlio. Non lo so. Però le Francesca mi hanno sempre dato qualche pensiero, con loro non è mai filata liscia. Anzi non è mai filata, non è mai iniziata.
La prima Francesca che è entrata nella mia vita lo ha fatto nel 2004, quando stavo ricominciando a vivere. In realtà non è esattamente entrata nella mia vita, ero io che volevo farcela entrare senza che lei lo sapesse. La conosco, trovo il suo numero di telefono, usciamo qualche volta, sempre in compagnia di altri. Le regalo un libro e poi boh, sparisce. Non sono mai stato sicuro di piacerle ma nemmeno glielo avevo chiesto. Forse il libro era troppo impegnativo. Tempo dopo scopro che il suo ex ragazzo, molto ex, ex da due anni, era geloso di me e lei molto simpaticamente si era inventata che fossi io soltanto a cercarla nonostante non mi avesse mai dato corda. Per difendersi mi avrebbe accusato di stalking se a quel tempo il reato fosse esistito. Io però ho conservato tutti i suoi messaggini, non si sa mai. Potrei dovermi difendere in tribunale. Donne.
La seconda Francesca è più recente. Non so come, non so dove, non so perché, lei che non ha mai avuto un blog arriva casualmente a leggere il mio. E mi scrive una lettera, bellissima, che ho anche pubblicato su questi schermi. Le rispondo dopo un mese. Risponde lei, rispondo io. Ci scambiamo i numeri, ci incontriamo, ci baciamo, ci facciamo, in una sera in cui non avrei immaginato che non l’avrei più rivista. E non l’ho più rivista. E’ venuto fuori – credo di aver capito – che, essendo molto impegnata nello studio, in particolare in un esame per un concorso in magistratura, aveva magistralmente giustificato il suo comportamento dicendo che incontrarmi era stato così travolgente che ha avuto paura di perdere di vista i suoi obiettivi, che non poteva permettersi di concentrarsi su una storia. Una storia a cui però io non avevo mai pensato. Donne.
La terza Francesca è ancora più recente. Ci conosciamo, diventiamo amici, ridiamo e scherziamo sempre parlando di tutto, di sesso soprattutto. Lo facciamo senza inibizioni. Non il sesso eh, il parlare. Sesso che peraltro avrei fatto senza pensarci due volte, ma nemmeno una, soprattutto dopo quella sera in cui ha giocato a sedurmi e io ho dovuto fingere di non essere interessato. Forse ho finto troppo bene. Fatto sta che dal giorno dopo ho iniziato a ricevere strani messaggi da parte sua che mi invitavano gentilmente, anzi mi supplicavano, di non innamorarmi di lei. In effetti ho sempre fatto confusione tra sesso e amore ma in quel caso non c’è stato né l’uno né l’altro. Anche lei alla fine è scomparsa. Donne.
Donne, dicevo. Forse dovrei dire “francesche”. Ne ho incontrata anche un’altra, dopo la prima, di cui però avrei già dimenticato il nome se appunto non si fosse chiamata Francesca. Da lei non ho avuto nemmeno il numero di cellulare e sono stato l’unico in città a non esserci riuscito.
E ora l’ultima. Carina, con bel modo di fare, piacevole e unica titolare di quelle mani. Ho parlato con loro la prima sera, poco dopo che incontrassero le mie per presentarsi. Avevano un sacco di cose da dire e lo hanno fatto in modo piuttosto chiaro. Al tempo stesso avevano qualcosa da nascondere: un tatuaggio sulla spalla, un taglio di capelli, una storia quasi finita. Hanno detto tanto ma non hanno detto tutto. Ho provato a parlare ancora con loro, imponendomi di ignorare che appartenessero ad una Francesca. Ma ho sbagliato. La seconda sera infatti, nonostante quelle mani continuassero vivacemente a comunicare, il messaggio che mi mandavano era completamente diverso da quello della prima volta. Erano chiuse, distratte, facevano chiasso. Come un mal di pancia. E proprio quando si sono poggiate un paio di secondi sullo stomaco ho capito che la mia voce si stava trasformando prima in un rumore, poi nel nulla. Quelle mani non mi avrebbero più parlato.

Io so cos'è la gelosia, l'ho assaggiata, masticata con forza e ingoiata con sdegno dopo che mi è stata schiacciata in gola come fossi un prigioniero imbavagliato che non si vuol fare gridare. Io gridavo infatti ma nessuno mi sentiva. Masticavo e non riuscivo a sputare. E di quei bavagli bianchi, poi sporcatisi di sangue, ne ho ingoiati parecchi.
Non mi riferisco alla gelosia da ventenne, che ho pure provato, ma che era soprattutto un volersi imporre con un atteggiamento stupido e appunto troppo acerbo per poter rappresentare un vero sentimento. La prima volta la ricordo ancora bene: io a casa a letto e la mia ragazza fuori con un amico di vecchio data. Non credo di averle rovinato la serata ma sono stato pesante. Per me, per Lei, per lui. Quella non era gelosia però mi ha insegnato qualcosa e cioè che non ero geloso, solo un giovane presuntuoso.
La gelosia vera però, quella che mi ha asfaltato senza darmi il tempo di capire che non ero una strada ma un sentiero abbandonato, l'ho conosciuta qualche anno dopo e ancora oggi mi domando se fosse solo gelosia o un misto di rabbia, desiderio di vendetta, incapacità di reagire, mancanza di stima e chissà cos'altro.
Io so cosa significa contare i giorni sperando che finiscano in fretta per arrivare al successivo e sperare che finisca in fretta pure quello. So cosa vuol dire far passare il tempo nei modi più assurdi e disperati come dormire, semplicemente per non dover essere costretto a pensare. So cos'è quel buco nero che viene alla bocca dello stomaco risucchiando energia, fame e sete, colore e buon umore. So quant'è lesivo il confronto con un altro sapendo in partenza di aver già perso per il solo fatto che lui è con la persona che ami e tu no. Ci si sente insignificanti perché il termine di paragone è proprio la persona che ami e che si trova ovunque tranne che accanto a te.
Quando pensavo fossero insieme, contavo le ore soltanto per immaginare con un po' di sollievo il momento in cui sarebbero si salutati e ognuno avrebbe fatto ritorno a casa propria. Quando sapevo che erano a letto insieme, aspettavo le ore piccole per poter pensare che a un certo punto potevano solo dormire. E quando quella persona mi ha detto che fare l'amore con lui è stato bello, non è rimasto altro da fare che ingoiare il fazzoletto bianco che mi impediva di gridare, sporco del mio sangue e della mia rabbia.
A forza di ingoiare però si cresce. Anche lentamente. In quei frangenti solo una cosa mi aiutava, oltre a quelle che fortunatamente mi sostenevano già, come i genitori, i pochi amici e tutto il resto. Quella cosa era questo cazzo di blog, era scrivere, era scriverci e sfogarsi, era pensare e piano piano imparare a buttar fuori, a sputare, sangue e parole, rosso e nero, su un fazzoletto che non sarebbe stato più un bavaglio per la mia voce ma che sarebbe diventato un foglio di carta, non importa se non più bianco, non importa se inzuppato di plasma, spazi vuoti, globuli e lettere, piastrine e punteggiatura senza significato. Era il mio grido, era il mio sfogo, era il mio pensiero, era me, ero io, sono io.

Così decido di andare a piedi. Esco da casa e, dovendo scegliere tra ascensore e scale, continuo a rifiutare la tecnologia. Mi trovo per strada e ripasso mentalmente il percorso: fino al centro storico, dove ho appuntamento, saranno cinque o sei chilometri, un'ora al massimo.
Non mi trovo nella città in cui vivo di solito, mi trovo in quella in cui sono nato, la stessa che ad ogni mio ritorno mi regala almeno un ricordo particolare o una novità. I ricordi oggi sono tanti perchè, camminando, ho la possibilità di osservare meglio cosa mi circonda e cosa è cambiato.
Sono passati anni dall'ultima volta che ho percorso a piedi queste strade, mai lo avevo fatto per tanti chilometri. Guardo le scale d'ingresso al condominio in cui sono nato. Quando ero piccolo quei gradini erano enormi, ora mi basterebbero due salti per arrivare in portineria e immaginare di ritirare la posta dalla cassetta delle lettere senza mettermi in punta di piedi. Lo stesso edificio di dodici piani con il tredicesimo inaccessibile e l'ammezzato fantasma non sembra poi così grande e inquietante. Di fronte c'è l'oratorio in cui sono cresciuto nonostante l'ateismo dichiarato il giorno successivo alla prima comunione. C'è il campetto di basket che il parroco ci faceva usare solo dopo averci obbligato ad assistere alla messa. Anche quello sembra più piccolo ma è vuoto, la nuova generazione gioca solo a calcio e spesso lo fa con il joypad. Ci sono negozi che non hanno mai cessato la loro attività e anzi si sono ingranditi e ammodernati. Non ci sono i negozi che hanno chiuso, come il supermercato che stava all'angolo, sostituito da un centro scommesse che tanto somiglia ad una bisca clandestina e l'autosalone, i cui locali ora ospitano un bazar che dà tutto a novantanove centesimi, compresa la commessa. Mi accorgo che accanto al marciapiede esiste persino una pista ciclabile e, cosa rara, è fatta pure bene, senza ostacoli per i ciclisti. Mancano i ciclisti, ma questo è un altro discorso.
Insomma va tutto bene, i primi passi mi regalano sensazioni positive. Cammino senza avvertire la fatica e senza sudare malgrado il caldo. I ricordi mi assalgono, assaltano il fortino che ho in testa e si sovrappongono fino a fermarsi all'improvviso quando il cervello prende il sopravvento per suggerirmi che la bici di quel venditore indiano di rose che va più veloce di Cipollini mi investirà entro mezzo secondo se non mi scanso. Mi scanso, lo evito, lui evita il palo e le nostre strade riprendono.
Vado avanti senza fermarmi, lo dico e lo faccio spesso. Percorsi più o meno tre chilometri, ai ricordi si affiancano a casaccio alcuni pensieri. Mi viene in mente Marco Simoncelli, lo collego prima a Steve Jobs, poi ad Amy Winehouse e Liz Taylor, con Gheddafi e Bin Laden a fare da contorno. Personaggi che hanno una cosa in comune: sono famosi. Cioè erano, perchè hanno un'altra cosa in comune: sono morti quest'anno. E subito penso ai morti dei terremoti in Turchia e Giappone, alle vittime di Oslo e delle alluvioni qui in Italia. Non erano personaggi famosi, di loro si ricorderanno solo i conoscenti, non passeranno alla storia e non li troveremo su Wikipedia. Tra poco invece è possibile che ci troveremo con le lacrime davanti alla TV a ricordare Cassano o la regina Elisabetta o Pannella. Se siamo fortunati potrebbe accadere a qualche politico, uno qualunque, dal nano del consiglio a scendere. Ma non saremo fortunati, la fortuna non esiste. Siamo noi a doverci trovare un posto migliore, il nostro.
In effetti, penso ancora, è un buon periodo. Non so quanto peso abbia avuto il cammino di Santiago ma mi sembra di stare in pace col mondo. Sono capace di affacciarmi a tutte le finestre che compongono la mia vita e restare lì a guardare il paesaggio senza paura di dover chiudere e tornare dentro. Ho provato a sistemare anche quelle piccole cose che mi davano fastidio perchè in qualche modo erano incomplete e su cui non volevo soffermarmi perchè mi mancava la voglia di metterle a posto. Ecco, ho fatto grandi passi avanti anche da quel punto di vista. Ho recuperato rapporti che credevo perduti, ho portato a termine progetti che aspettavano solo un punto, ho iniziato percorsi di cui dubitavo. Di fatto non è che quelle cose siano cambiate, sono io che riesco a guardarle da un altro punto di vista, più bello, più chiaro, più in alto.
Un'ora dopo arrivo in centro, esattamente al luogo dell'appuntamento segnato con la X, trovo Daniela sorridente.
- Top, quanto tempo! Come va?
- Va tutto bene.

Un mese fa, in un luogo completamente diverso da questo, avevo una barba lunga, due occhi lucidi e un ginocchio in più. Avevo un diario pieno di appunti e resoconti di giornate intense e incredibili, un lungo elenco di indirizzi email e numeri di telefono, una marea di ricordi. Avevo già lasciato davanti la cattedrale il bastone che per tanti giorni aveva aiutato le mie gambe. Avevo oltre ottocento chilometri sulle spalle. Avevo accanto Marie e Charlotte, ma anche Baltasar e Caspar e pure Julian, Damian e tanti altri di cui non ricordo il nome ma dei quali non potrò mai dimenticare la luce che aveva il loro sguardo. Avevo il foulard di Rossana, il passo di Giovanni, il profumo di Lidia, la minestra di Carmen, i datteri di Robert, il Betadine di Francesco, il Voltaren di Alberto e il Radio Salil di Fabione, gli incitamenti di Chiara, gli occhi di Giulia, le visioni di Gionata, la piscina di Pippo, gli slip di Adele, il bastone di Pablito e il regalo di Maurizio, l’entusiasmo di Paola, il compleanno di Romy, il sasso di Marcelino, il sorriso di David, l’umanità di Jesus. Avevo qualcosa di ogni individuo con cui ho parlato. Avevo regalato il mio cappellino a Bruno che aveva perso il suo. Avevo finito i soldi ma avevo ricchezze inestimabili. Avevo qualcuno che mi aspettava. Avevo una credenziale con ventitre timbri e la compostela da portare a casa.
Un mese fa, in un luogo apparentemente diverso da questo, ero a Santiago. Ero più magro, stanco come non mai e in ottima compagnia. Ero affamato di cibo, assetato di traguardi e sazio di strada. Ero felice da far piangere. Ero nel posto in cui volevo essere sin da quando sono partito ma che non avrei mai voluto raggiungere. Ero chi dovevo essere in quei giorni. Ero vicino a the sheep e nelle mani di Marie. Ero El Ganso, ero The boss, ero Melchior. Ero un nome su un’agenda e un contatto da conservare. Ero parte di una leggenda. Ero senza un ginocchio ma con una volontà di ferro come la cruz. Ero mister quarantacinque chilometri al giorno. Ero un sorriso e un abbraccio. Ero quello con lo zaino più piccolo e leggero. Ero uno dei tori. Ero sweet child o’ mine. Ero fortunato a non possedere nulla. Ero forte e profondo. Ero ateo e lo sono ancora. Ero un pellegrino.
Un mese fa, in un luogo leggermente diverso da questo, facevo l’ultimo chilometro. Facevo fatica a camminare anche se non come i primi giorni. Facevo sorridere qualcuno che mi stava accanto e facevo piangere chi mi stava lontano. Facevo la fila per entrare e uscire dalla cattedrale. Facevo mettere l’ultimo timbro prima di ritirare la compostela. Facevo ancora amicizie. Facevo l’uomo senza averne i requisiti. Facevo il biglietto per tornare a casa chiedendomi dove fosse la mia casa. Facevo finta di non capire. Facevo la prima e ultima telefonata. Facevo programmi che non avevo intenzione di mettere in pratica. Facevo sogni che avrei realizzato. Facevo un pranzo come si deve e un pezzo di sonno in un letto vero. Facevo ancora due passi.
Un mese fa, in un luogo uguale a questo, avevo il necessario, ero me stesso e facevo strada. Oggi, grazie a quello che ho avuto e che sono diventato, posso farlo ancora. Ovunque.